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In Romagna cinque anni dopo la «mattanza» del Covid, quasi 650mila casi e migliaia di morti

Romagna | 20 Febbraio 2025 Cronaca
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Chi non ha avuto un conoscente deceduto per Covid? Cinque anni fa cominciò la mattanza del virus SarsCov2 con i primi casi alle porte della Romagna e poi la tsunami delle settimane seguenti con quasi 650mila casi di contagio fra febbraio 2020 e dicembre 2023 nel territorio dell’Ausl romagnola (636.295 per la precisione). In Italia ci furono oltre 197mila morti, di cui qualche migliaio proprio in Emilia-Romagna. Numeri terribili, che in parte abbiamo accantonato a soli 5 anni dall’inizio di quella tragedia. Il nemico era invisibile in tutto il mondo, fu una battaglia durissima per tutti, risolta solo grazie alla scienza che in meno di un anno mise a disposizione il vaccino che dal dicembre 2020 fu somministrato anche nella nostra regione. E’ questo il drammatico bilancio della pandemia di Covid-19 in Italia dal giorno in cui il virus SarsCov2 ha fatto ufficialmente il suo ingresso nel nostro Paese. Era il 20 febbraio del 2020 e all’ospedale di Codogno arrivò il risultato del tampone effettuato su un giovane paziente, Mattia Maestri: è lui il ‘paziente 1’ in Italia. Seguirono mesi durissimi, ma se oggi l’emergenza è superata, gli esperti dell’Istituto superiore di sanità (Iss) invitano a non dimenticare quanto accaduto perchè il monitoraggio del virus, avvertono, non va interrotto.
L’11 marzo 2020, l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara l’inizio della pandemia. Solo dopo 3 anni, il 5 maggio 2023, l’Oms dichiarerà ufficialmente la fine dell’emergenza sanitaria. I numeri del ministero della Salute raccontano di una tragedia che nessuno avrebbe potuto immaginare: in totale si contano, in 5 anni, 27.191.249 casi, di cui 513.845 tra gli operatori sanitari; 45 anni è l’età media dei pazienti. Alla fine, sono 197.563 i morti e 25.402.836 i guariti.
«Oggi il Covid-19 rappresenta una malattia infettiva ben nota dal punto di vista preventivo, diagnostico e terapeutico – sottolinea Roberto Parrella,  presidente del Simit (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) –. Nelle prime settimane, però, il virus non era conosciuto, non c’erano strumenti di prevenzione né terapie. Molte sono le persone che hanno perso la vita, spesso, in solitudine, per i limiti imposti negli accessi in ospedale. Tutto il personale del Ssn ha fatto il proprio dovere e anche più, così come molti altri settori si sono impegnati a far fronte alla situazione di emergenza mostrando grande solidarietà. È stata un’esperienza di vita molto dura, con inevitabili risvolti negativi, ma anche con alcune implicazioni positive, che stimolano a riflettere su come prepararsi a possibili nuove emergenze. In occasione di questo anniversario è bene ribadire proprio gli insegnamenti ricevuti».
 
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Ma per cortesia!!! La maggior parte di qurlle persone non sarebbe morta se curata secondo coscienza medica. Una buona parte sarebbe morta anche se avesse preso una normale influenza.E di quei numeri non mi fiderei affatto visto che sono stati dichiarati morti x covid, persone che manco l'hanno visto col binocolo.
Commenta news 21/02/2025 - Sonia
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