Ravenna, in scena da giovedì 6 all'Alighieri Andrea Pennacchi: «Sarò un moderno Arlecchino extralarge»

Elena Nencini
Se conoscete Andrea Pennacchi per il suo personaggio Pojana a «Propaganda live», andate a scoprirlo anche a teatro, perché c’è molto di più, come racconta lui stesso, svelando anche un passato da aspirante pilota. Arriva al Teatro Alighieri giovedì 6 (repliche il 7 e l’8 alle 21, domenica 9 alle 15.30) lo spettacolo «Arlecchino?» scritto e diretto da Marco Baliani. Il regista ha scritto un Arlecchino su misura per Pennacchi, che riunisce frammenti di cabaret, burlesque, avanspettacolo, commedia e dramma in un gran calderone ultra postmoderno che raccoglie pezzi di memoria della storia del teatro. La maschera di Goldoni viene re-interpretata, pur restando aderente all’originale, per tornare a una commedia dirompente, che come spiega il regista: «Ricostruisce la tradizione dopo averla intelligentemente tradita».
Pennacchi come è l’Arlecchino che Baliani ha costruito su misura per lei?
«Extralarge, è molto divertente, molto fedele alla struttura, al servitore di due padroni. Si prende delle libertà, ma sempre sulla falsariga della commedia dell’arte. Invece che Arlecchino-scimmia, agile, che ruzzola, abbiamo un Arlecchino cinghiale, però funziona e non è distante da quello delle origini vere. Non abbiamo fatto un operazione filologica, ma di ricerca».
In questa realtà contemporanea come si ritroverebbe il suo Arlecchino?
«Anche la maschera viene sottoposta a momenti di tinteggiatura, c’è bisogno di dare una sistemata all’esterno come in una casa, ma il concetto di maschera, di personaggio funziona ancora. Quando si parla di commedia dell’arte bisogna confrontarsi con la tradizione, la maschera è viva e vegeta, ma alle volte la tradizione continua a soffocarla fino a che non è più contemporanea. Ci siamo misurati con regie strepitose come quella di Strehler, ma Baliani ha creato un Arlecchino inserito nell’oggi, con i problemi contemporanei».
Come è lavorare con Baliani?
«È bellissimo, è stato uno dei miei maestri, è stato importantissimo nell’arte del racconto, ritrovarlo come regista è un sogno che si avvera. Come regista e narratore è estremamente alla mano, ama molto gli attori e lascia molta libertà, ma segue un’idea chiara di regia. Lo spettacolo nasce seguendo una regia, ma tutte le voci si fanno sentire. Quando un regista non ha paura di misurarsi con le proposte degli attori il lavoro è molto interessante».
Si potrebbe fare un collegamento tra Arlecchino e Pojana ?
«Ci sta: sono molto felice di considerare Pojana una maschera, non una macchietta. Arlecchino e Pojana sono imparentati, anche se non sono la stessa cosa: sono due modi diversi di vedere la realtà. Arlecchino non ha la rabbia di Pojana, é un servo per eccellenza, mentre Pojana dovrebbe essere più contento perché gli è toccato di nascere in tempi in cui può fare il ricco padroncino. Chi viene a teatro a vedere Arlecchino è spesso lo stesso pubblico che guarda ‘Propaganda live’. La forma e il contesto di esibizione naturalmente sono molto diversi: il teatro ha un tempo lungo, articolato per raccontare delle storie, mentre per Pojana - con l’aiuto della redazione di Propaganda - sparo contro la stupidaggine del momento. Sono due cose leggermente diverse, forse più per questioni di tempi e di obiettivi che di forma».
Nelle note di regia Baliani cita Walter Benjamin: «In ogni epoca bisogna lottare per strappare la tradizione al conformismo che cerca di sopraffarla»...
«È una frase importante per chi si occupa di narrazione. C’è un momento in cui la tradizione dice che le cose si fanno così e basta e allora quello diventa il momento in cui bisogna rompere con la tradizione che è diventata ‘vecchia’. Ci si deve misurare con onestà con la tradizione perché se no rischia di diventare stantia e di soffocare il nucleo vitale che c’è dentro un testo teatrale».
Progetti per il futuro?
«Una volta terminata questa tournée - che sarà molto fitta - mi prendo un periodo di riposo e poi lavoro a un mio testo nuovo, con l’aiuto di altri drammaturghi giovani. Il tema sarà su le specie aliene, un tema che mi affascina terribilmente, una bella metafora per riflettere sugli esseri umani. Sto aspettando anche le ultime trattative per un film di cui si occupa la mia agente, ma non posso dire nulla al momento. Infine devo promuovere il mio libro “Se la rosa non avesse il suo nome”, prima indagine di Wiliam Shakespeare in Italia per fare luce sulla tragedia di Romeo e Giulietta. Shakespeare è stato il mio primo amore».
Teatro, televisione, cinema, libri, si immaginava tutto questo quando era ragazzo?
«Proprio no, Andrea ragazzo, non pensava fosse possibile vivere di teatro, non lo concepiva nemmeno e non pensava certo di essere lui che sarebbe vissuto in teatro. Sognavo di essere un pilota: ho fatto l’istituto tecnico aeronautico a Forlì, arrivando fino all’Accademia militare. Il bivio è stato molto semplice: aspettavo le selezioni di Alitalia, ma c’era già la crisi e scelsi un laboratorio di teatro per motivi futili (confessa che erano le ragazze, ndr). Era il teatro popolare di ricerca di Padova e da lì mi sono innamorato».
Sabato 8 febbraio si terrà il tradizionale incontro con la compagnia alla sala Corelli alle 18 in dialogo con lo studioso Gerardo Guccini.