Alessandra Bagnara di Linea Rosa: «Nel 2023 sono state 44mila le donne che hanno dovuto lasciare l’impiego»

Fadwa Soualhi - In Italia, secondo dati Istat riportati dal Ministero della Salute, il 31,5% delle donne ha subito nel corso della sua vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Il legame tra questi abusi e le difficoltà economiche delle donne, nell’ottenere autonomia finanziaria dal coniuge, spesso rimane nell’ombra. Raramente si riflette su quanto la povertà e le difficoltà materiali possano alimentare un circolo vizioso di abuso e povertà, basti pensare che, secondo l’ultima indagine condotta dal Museo del risparmio di Torino, solo una donna su cinque ha un conto corrente proprio e, di queste, esclusivamente il 67% ne possiede uno autonomo, non cointestato anche al compagno o al marito. Un altro dato preoccupante, diffuso dall’Ispettorato nazionale del lavoro, evidenzia che, nel 2023, 44mila donne in Italia hanno lasciato il loro impiego, perché costrette, nella maggior parte dei casi, a compiere una scelta tra lavoro e impegni riguardanti la cura dei figli o dei genitori anziani. Per affrontare la violenza di genere, che richiede un impegno collettivo, è nata Linea Rosa, un’associazione che tutela i diritti delle donne e delle persone fragili. Fondata nel 1991, è il centro antiviolenza di riferimento a Ravenna e dispone di altre due sedi a Russi e Cervia. Abbiamo intervistato Alessandra Bagnara, presidente dell’associazione.
In che modo la cultura della sopportazione alimenta il ciclo della violenza?
«La cultura del “dover sopportare” deriva da convinzioni tradizionali secondo cui la donna ha il dovere morale di mantenere la famiglia unita, anche a costo del proprio benessere. Questo atteggiamento è radicato in stereotipi come “una brava donna sopporta per il bene dei figli” o “i problemi familiari non devono essere resi pubblici”. Quando l’indipendenza economica è compromessa, molte donne temono di non poter provvedere a sé stesse o ai figli, soprattutto se il partner impedisce loro di lavorare e dipendono da lui per l’abitazione e i bisogni di base. Questo circolo vizioso di paura e dipendenza economica può impedire loro di uscire dalla violenza, alimentando il ciclo abusivo».
Il supporto economico può contribuire a interrompere la violenza?
«Quando una donna ha accesso a un lavoro stabile o a forme di assistenza, può ridurre o eliminare la sua dipendenza economica dal maltrattante, acquisendo la libertà di fare scelte autonome. Il lavoro non solo fornisce un reddito, ma migliora l’autostima, crea una rete sociale e offre stabilità emotiva. Inoltre, forme di assistenza come sussidi per l’affitto o aiuti alimentari danno alle donne il tempo e le risorse per ricostruire la loro vita. Percorsi di reinserimento lavorativo, che tengono conto del trauma subito, possono supportare meglio le necessità delle donne».
C'è differenza nel tipo di violenza che le donne subiscono, a seconda della loro classe sociale o del livello di reddito?
«Il perpetuarsi della violenza è trasversale e può colpire donne di qualsiasi provenienza o status sociale, non esistono categorie protette. La trasversalità della violenza dimostra che, essendo un rischio universale, non può essere ridotta a una questione di classe o livello di reddito: al contrario può riguardare chiunque. Risulta, quindi, essenziale non sottovalutare alcun segnale per garantire a tutte le donne un supporto adeguato e inclusivo, senza pregiudizi o stereotipi».
Quali sono le lacune più significative, nelle politiche di welfare, che impediscono alle donne vittime di violenza di essere supportate adeguatamente?
«Una delle principali riguarda la carenza di case rifugio sicure, soprattutto nelle zone rurali, e la difficoltà nell’accesso a consulenze psicologiche e legali gratuite, essenziali per affrontare il trauma e avviare percorsi legali sicuri. I sussidi economici, spesso limitati nel tempo, non sono sufficienti per coprire le spese di base, soprattutto per le donne con figli. La conciliazione tra cura dei figli e impegni lavorativi risulta complicata dal peso emotivo della violenza subita, limitando l’autonomia delle donne. La mancanza di una rete familiare amplifica l’isolamento. Interventi mirati, come il supporto per baby-sitting o doposcuola, potrebbero alleggerire il carico quotidiano, facilitando l’accesso al lavoro e ai percorsi di sostegno. Inoltre, la scarsa formazione di operatori sociali e sanitari limita il riconoscimento e l’indirizzamento dei casi di violenza».
Quale ruolo giocano le difficoltà economiche, quando le donne devono scegliere se cercare aiuto o rimanere nel contesto violento?
«Molte donne temono di non riuscire a mantenere sé stesse o i propri figli se lasciano il partner, soprattutto quando non hanno un lavoro o una rete familiare su cui contare. L’aggressore utilizza la dipendenza economica della vittima come strumento di controllo, ricatto e, molto spesso, minaccia le donne con frasi come “da sola non saresti mai in grado di mantenere i bambini, te li toglieranno”. Poiché la priorità della vittima è mantenere la vicinanza con i propri figli, finisce spesso per sopportare gli abusi».
Quali sono i principali servizi offerti dai centri antiviolenza?
«I centri offrono un supporto psicologico fondamentale per aiutare le donne a superare il trauma, recuperare fiducia e affrontare un nuovo contesto lavorativo, grazie a un’equipe multidisciplinare esperta. L’assistenza legale è cruciale per ottenere ordini di protezione, avviare separazioni e tutelare i diritti. Offrono anche aiuti economici temporanei, voucher per beni essenziali e supporto per l’affitto. Le case rifugio garantiscono un luogo sicuro dove le vittime e i figli possono riorganizzare la propria vita, concentrandosi sui bisogni primari».
Le difficoltà connesse alla dipendenza economica sono difficili da individuare dall’esterno. Come si può sensibilizzare la società su questo aspetto?
«È necessario un cambiamento culturale che porti alla consapevolezza, promuovendo campagne informative sul controllo economico e sulle forme meno visibili di abuso. Le scuole possono educare i giovani al rispetto e all’uguaglianza di genere, mentre i media dovrebbero trattare il tema senza stereotipi, raccontando storie di donne che hanno ricostruito la loro vita. Inoltre, le reti di supporto comunitario sono cruciali per affrontare l’isolamento economico e sociale delle vittime».